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venerdì, 29 ottobre 2004
BENEDETTE DONNE
Poco fa la mia amica Bradipa, siccome si sente in colpa ma non lo ammetterà mai, mi ha chiamato per dirmi che ha masterizzato ben 4 cd di musica africana per me. Ammetto che davanti a questi gesti io mi squaglio e così ho deciso di recedere dal giuramento che avevo fatto con me stesso e di limitare la squalifica "cinema" al 2004 .
MALEDETTE DONNE (2)
Ieri sono andato a lavorare in bicicletta e ho un pò sudato. Da questo fatto ne è scaturita una e-mail che ho inviato ad una donna che mi piacque parecchio (correvano i tempi dell'università) e con cui il distacco fu piuttosto burrascoso. Dopo circa 2 anni l'ho rivista a settembre scorso a Roma, che lei vive a Londra, su sua esplicita ed estemporanea richiesta via SMS e siamo stati seduti su un marciapiede fino alle 4 di notte, core a core con lei che si strusciava, a parlare dei tempi quando Berta filava:
Questa mattina i miei due capi sono a Milano. Indosso straordinariamento l'abbigliamento civile e monto altrettanto straordinariamente sulla bicicletta per andare a lavorare. Pedala pedala, il mio fisico qualche goccia di sudore la secerne (non è una parolaccia, english girl!). Così, preso un pò da paranoie, chiedo alla mia collega tardona se puzzo. Di tutta risposta lei apre l'armadietto, prende in mano un deodorante, mi alza la maglietta e spruzza. Sono dunque sette ore che ho questo tuo profumo addosso che mi riporta indietro a qualche estate fa e contro cui non posso nulla.
p.s.: Ho affittato casa con Gegè (e il fratello) zona piazza Bologna.
Un bacio
Risposta di lei:
eeehh e che deodorante e'??? al muschio?..io invece ti penso in maniera meno accidentale, tipo l'ultia volta che ero a roma e ho visto chi vuole essere milionario e ha vinto un ragazzo di 22 anni troppo beneducato ( non che tu lo sia!..o non sempre) ...mi sono comprata l'iliade di baricco ma ancora non l'ho aperta....
La prox volta che vengo a roma mi cucini allora a casa tua!! e io ricambiero' quando verrai a londra e avro' casa mia ( sto cercando di comprare ma un delirio assurdo!). vengo il 4nov..caso mai sentissi il mio profumo nell'aria..ma solo per l agiornata, poi devo rivolare a londra...
baci baci S.
Ecco, queste sono il genere ristretto di donne che dopo avermi fatto perdere la testa mi hanno fatto proprio incazzare. Maledette.
MALEDETTE DONNE
E' vero (incipit di coda di paglia) quando l'ho conosciuta su quella spiaggia mi ha colpito immediatamente la sua bellezza di come mamma l'ha fatta (la ragazza è un'anima bella). Poi mi ha colpito il piercing sulla patata e la pezza di tatuaggio sopra questo culo dove Dio non ha risparmiato nè tantomeno sprecato nemmeno un centimetro cubico di cellule. Non vi parlo della pelle. Non vi parlo dello sguardo randagio. Della gestualità. Poi quando dopo 10 minuti di confusione mentale ho iniziato a rapportarmi a lei come ad un essere umano ho scoperto che stavo parlando e che lei ascoltava le mie parole, e ne rimaneva irretita (tutto è relativo però al soggetto). Ha preso nota di un posto di cui le parlavo lasciandomi disegnare la mappa sul suo quaderno, si è liberata dal caldo tuffandosi con me nel mare, ha desiderato con gli occhi Roma nelle mie parole e alla fine, prima di andare via nella stessa giornata in cui era venuta, ha lasciato distrattamente un bacio tra le labbra e la guancia. Su questo particolare ho a lungo fatto finta di nulla.
Ieri le ho scritto dopo un pò di tempo che non lo facevo. In realtà era una risposta ad una sua e-mail in cui mi inviava una foto di Francesca Woodman (che le ho fatto conoscere io), che le assomiglia non so perchè. Ho risposto con il post di qualche giorno fa sul mio ritorno a Roma da Milano (ebbene si riciclo quando ci sta bene), chiosando così:
"Inutile dirti che quando vuoi hai a disposizione nella città di Roma, nel quartiere di Piazza Bologna: una piazza del mio letto, una rete in camera mia, un divano letto in salone, un divano in salone, una rete in ingresso, un tavolo in cucina, un materasso in terrazzo .... la tua fantasia."
Inutile anche sottolineare il climax di pessimismo autoironico ascendente sui posti in casa mia a sua disposizione per dormire, con quella "fantasia" finale che era un pò come lasciare una finestra aperta che non si sa mai se dovesse cascarci dentro una fica per caso.
Vabbè oggi mi arriva la risposta di cui pubblico uno stralcio:
...ma quello che hai scritto e'bellissimo e non so perche'forse perche'mi sembra una lettera e l'ho letta come quando passa il postino in motorino e ti lascia all'ora di pranzo la posta nella buca delle lettere che ancora gocciola perche'forse di notte ha piovuto e tu stavi sognando di volare e non te ne sei accorto e apri una busta indirizzata a te non sai da chi e poi sorridi perche'sai che ancora tante cose non le sai... prima di partire per granada passo a roma e mi fai gli gnocchi dormo sul divano sul tavolo in cucina sulla rete e sul lampione cosi'la luce cambia e tutto s'illumina di rosso e poi di bianco e diventano di tutti i colori le tue chiavi sul tavolo ed io imparo a volare cosi'la prossima volta non prendo il treno...
... tiro la cordicella che accende tutte le stelle del cielo e spargo i miei capelli sul cuscino...
goodnight
Ecco, queste sono il genere ristretto di donne che possono farmi perdere la testa. Maledette.
Eccomi giunto al mio posto di lavoro mentre il centro di Roma pulula di euroculattoni. Sono riuscito con una manovra di accerchiamento a posteggiare al ghetto ebraico, per la precisione al portico d'ottavia, e con percorsi sperimentati due residenze fa sono penetrato, passando dal rione Campitelli, sino a Via dei Polacchi, dunque affacciandomi sulle Botteghe Oscure. Lì a sbarrare l'accesso del piccolo vicolo, come in un western, un plotoncino di 5 calabrinieri. Effettivamente questa mattina ho sguazzato su questa situazione europea: mi sono alzato alle 9 meno un quarto, ho fatto una colazione come Cristo comanda, ho fumato, mi sono lavato e vestito e con molta calma sono uscito, convinto di essere respinto dalla linea maginot. Invece giro girello, di euroculattoni aspetta un carosello, magnate la foglia delle macchine blu , fai un'inversione qui e e fanne una lì, mi sono fatto rodere il culo. Alla fine sti bastardi del cordone di via dei polacchi mi chiedono un documento. Penso sempre con pigrizia "ma respingimi maledetto". Mi chiedono dove devo andare, faccio segno vagamente con la mano ... quel portone laggiù ......, indicando un punto indefinito, ... un buco nero. Il calabriniere più giovane mi prende per il braccio "la devo accompagnare". "Ma dai cosa dici, ma come mi accompagni? Ma mandami via cazzo." Ligio al dovere arriva fino al portone dove mi augura la buonagiornata. Mentre mi scortava vedevo altre persone solcare le botteghe oscure con un calabriniere attaccato al braccio. La cosa surreale è che in questo walzer di coppie euroculattone come se le Botteghe Oscure si fosse trasformata in una pista da ballo ad un certo punto ho visto camminare una fica alta e bionda, con due gambe lunghe un chilometro, e sola. "i calabrinieri sono davvero stupidi".
giovedì, 28 ottobre 2004
NON CAPISCO

Sto ancora riflettendo su questa frase ascoltata stamane alla televisione (la7) e pronunciata dal personaggio nella foto: "il peccato secondo la Chiesa non è l'omosessualità ma l'atto omosessuale."
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Il buon calabriniere con un commento ha ricordato il comandamento: "non desiderare la donna d'altri". Con l'euroculattone invece Baget è più di manica larga: "desideralo pure basta che non lo trombi". A meno che non ci si inventi un improbabile desiderio di uomo platonico, scisso dal desiderio di fotterlo. Rimangono alcuni altri dubbi: è pacifico che le donne possano desiderare il pisellone, almeno credo. Ma potranno desiderare il pisellone di un'altra, ammesso che il possesso di un uomo (o di una donna) sia riconosciuto dalla religione cattolica? E si sì, cioè se le donne lo possono desiderare un pò come gli euroculattoni (ma a questo punto non si capisce perchè l'uomo debba essere il più svantaggiato dalla legge), potranno oltre che desiderarlo anche prenderlo senza essere ritenute peccatrici?
mercoledì, 27 ottobre 2004
ALLA SCOPERTA DI FELA KUTI

dal sito www.rockstar.it ( Fabio Alcini) e da www.diario.it (Alberto Campo)
Ci sono figure musicali che vanno molto al di là della propria importanza schiettamente musicale. Fela Kuti è stato una di queste figure, e il paragone ricorrente con Bob Marley non è del tutto fuori luogo. Nato il 15 ottobre 1938 in Nigeria, ad Abeokuta, nel sud ovest a maggioranza yoruba, discendeva per parte paterna da una stirpe di musicisti. Il nonno, JJ Ransome-Kuti, reverendo protestante, era stato compositore e interprete di inni sacri: una ventina dei quali incisi nei tardi anni Venti su 78 giri editi dalla British Zonophone. E il padre, Israel Olodutun, anch’egli reverendo, era preside e insegnante di musica nella scuola media superiore di Abeokuta, dove studiò anche il futuro Nobel per la Letteratura Wole Soyinka (che descrive l’influenza culturale dei Ransome-Kuti nel libro di memorie Akè). Una famiglia benestante, l’unica in zona a possedere un’automobile. Fela era il quarto di cinque figli. Per loro i genitori immaginavano un avvenire da professionisti. Medici divennero il primogenito Koye, futuro ministro della Sanità nel governo Babangida, e l’ultimo nato, Beko, che viceversa con l’autorità costituita non avrebbe avuto mai buoni rapporti, tanto da pagare ripetutamente con il carcere le denunce dell’attività antidemocratica dei governi militari. Proprio Beko era il più vicino a Fela: vuoi per ragioni anagrafiche, vuoi per convinzioni politiche. I suoi mandano Fela a Londra a studiare da medico, ma lui si scrive alla scuola di musica del Trinity College, pagando gli studi con lavoretti occasionali alle poste.
Dopo quattro anni di corso, si diplomò in tromba – strumento a cui si era dedicato per emulare Miles Davis – e composizione, ma soprattutto mise a frutto la gavetta fatta con il suo primo gruppo – Koola Lobitos – nel sottobosco londinese, in club quali il Marquee o il Birdland. Suonavano un miscuglio di highlife nigeriano, jazz e ritmi afrocubani, impressionando gente come Ginger Baker e Jack Bruce, allora nella Graham Bond Organization e poi nei Cream. A Lagos tornò verso metà anni Sessanta, insieme alla prima moglie Remy Taylor, sposata a Londra nel 1962. La dialettica fra quanto appreso all’estero e ciò che viceversa trovò in patria, ossia l’evoluzione delle musiche tradizionali attivata dagli influssi afroamericani, in senso stilistico (jazz e rhythm’n’ blues) e tecnico (l’elettrificazione degli strumenti), cominciò a dar forma compiuta alla sua identità artistica.
La miscela di jazz e di musica africana che il suo gruppo mette insieme viene battezzata "Afro-beat", anche per rimarcare la distanza dal pop africano che troppo spesso fa il verso a quello americano. Dopo aver letto gli scritti di Malcolm X e dei Black Panthers, Fela Kuti cambia nome alla band ribattezzandola Nigeria 70 (poi Africa 70) e indirizzando la sua musica contro l'oppressione del Terzo Mondo. I suoi messaggi politici arrivano al cuore della gente, e ovviamente non incontrano altrettanta felicità nella giunta militare che governa la Nigeria, che cerca di metterlo a tacere con ogni mezzo. Già il 23 novembre 1974 la polizia distrugge la comune in cui opera il presidio medico diretto da Fela e dal fratello Beko: a ricostruzione ultimata il luogo era stato ribattezzato Kalakuta, storpiatura di Calcutta – com’era detto cioè dai detenuti il braccio della prigione di Alagbon in cui Fela fu rinchiuso dopo quel primo raid nella comune situata poco distante da Lagos, in una fattoria di famiglia. Là si era installato al principio degli anni Settanta con moglie, figli, parenti, musicisti, tecnici e relativi congiunti: decine e decine di persone. Enclave indipendente che la dittatura non avrebbe tollerato a lungo. Spina nel fianco del potere militare, Fela Kuti non era per niente affatto disposto a bearsi del crescente successo fingendo che tutto andasse per il meglio. Abile a sfruttare la popolarità di cui godeva per alzare il tono delle accuse contro la spirale di corruzione e repressione in cui il Paese si stava avvitando.
La repressione tornerà però a compiersi tragicamente il 18 febbraio 1977. Quel giorno furono poco meno di un migliaio i soldati dell’esercito nigeriano che fecero irruzione a Kalakuta. Una scorreria in piena regola. Pestaggi, stupri, atti vandalici e infine l’incendio dell’intero complesso. La settantenne madre di Fela Kuti fu scaraventata da una finestra del primo piano e si ferì gravemente, morendo qualche mese dopo. Lo stesso Fela venne malmenato a sangue, riportando fratture multiple alla testa e agli arti. Ciò che non era stato distrutto dalla furia dei militari fu incenerito dalle fiamme: la dotazione artistica (uno studio di registrazione, gli strumenti, l’archivio sonoro) e tutte le infrastrutture del posto (abitazioni, uffici, mezzi di trasporto, l’ospedale da campo diretto da Beko). Figura particolare la madre di Fela Kuti: prima donna nigeriana a ottenere la patente, fondatrice nel 1946 ad Abeokuto del Women’s Union, un "sindacato delle donne" destinato a ramificarsi col tempo su scala nazionale, divenne negli anni Cinquanta leader del movimento antocolonialista, a tal punto affermata da essere invitata in Cina, dove incontrò il presidente Mao, e in Unione Sovietica, a ritirare il premio Lenin per la Pace.
Fela, cresciuto anticolonialista, divenuto panafricano, era stato folgorato poi dall’incontro con il pensiero rivoluzionario delle Black Panthers in occasione della prima tournée americana, nel 1969. Rientrato in patria, provò ad applicare quei precetti: istintivo miscuglio di tradizionalismo afrocentrico, terzomondismo rivoluzionario e anticapitalismo anarchico. Bersaglio delle invettive divennero militari al potere e multinazionali che li sostenevano indirettamente. Né si lasciò intimorire dalla feroce reazione del governo, traendone piuttosto energie e motivazioni nuove, al punto di organizzare nel 1983 un proprio partito – Movement Of the People, M.O.P. – con l’intenzione di presentarsi l’anno dopo candidato alle elezioni. Ma i militari giocarono d’anticipo e ne ordinarono l’arresto per reati tributari: era tornato dal Ghana (in cui era riparato dopo il tragico incidente in cui la madre morì) in patria portando con sé mille dollari americani, senza denunciarli in dogana. Condannato a cinque anni ne scontò uno e mezzo nel famigerato carcere di Kiri Kiri, fino a quando cioè l’ennesimo colpo di Stato rovesciò un regime per instaurarne un altro. Il giorno della sua liberazione, tutta Lagos fece festa. Non fu però l’ultima volta dietro le sbarre: ancora nel 1994, quando già era malato, venne incarcerato come responsabile della morte di un elettricista del suo staff. Un pretesto come quasi sempre nelle circa 200 volte in cui fu arrestato (una volta anche in Italia durante una tournée), spesso per detenzione e consumo di igbo, l’erba nigeriana – quella che secondo lui "il Dio d’Africa ha creato per illuminare le persone".
Non che la prigione ne scoraggi le iniziative: per esempio nel disco "Beasts Of No Nation", il ventaglio dei suoi attacchi si amplia anche ai quei capi di governo occidentali, in particolare la Thatcher e Reagan, che appoggiano le giunte militari africane. Gli anni Novanta vedono un rallentamento della sua produzione, dovuto anche allo stato di salute sempre in peggioramento. La sua storia, non priva di ombre, come quella di un maschilismo paradossale, se si considera che era figlio di una delle prime femministe della storia africana, termina il 3 Agosto 1997 quando muore di Aids, non prima di aver ispirato centinaia di artisti del suo continente. Il suo funerale fu una grande festa popolare: durò tre giorni e richiamò una folla stimata in cinque milioni di persone. Era la cerimonia di addio a un supereroe dell’Africa postcoloniale. Fela Anikulapo-Kuti: gran sacerdote dell’afro-beat. Personaggio rilevante quanto Bob Marley e James Brown nell’iconografia musicale "terzomondista" del Novecento: sia per l’intrinseco valore artistico delle opere, sia per l’aura epica che ne inscrive il profilo biografico.
A ripercorrerne le rocambolesche vicende umane, si corre il rischio di sottovalutare le qualità artistiche del personaggio. A rendere irresistibile il linguaggio musicale di Fela fu la conciliazione tra tipici elementi del folklore locale (il canto antifonico a botta-e-risposta fra solista e coro) a contatto con timbri e ritmi mutuati dal suono d’oltreoceano (lo squillare dei fiati, il ritmo funk della batteria di Tony Allen) su cui intonare versi in un patois meticcio – il cosiddetto pidgen english – comprensibile da quasi tutte le etnie, dentro e fuori la Nigeria. Un contagio comunicativo cui trovò un nome: afro-beat. Quello produceva la sua orchestra, chiamata orgogliosamente Africa 70 e in seguito, sull’onda dell’afrocentrismo, Egypt 80. A dirigerla, sempre lui: capobanda, cantante, pianista e, fino al 1974, trombettista, dopo di che decise di imbracciare il sassofono. I dischi riescono a raccontare adesso solo una piccola parte di ciò che rappresentò in Nigeria e per l’Africa tutta dai primi anni Settanta in avanti: un fenomeno di proporzioni gigantesche. Eppure dei dischi dobbiamo accontentarci. Amministra ora quell’archivio imponente – una settantina di titoli, approssimativamente – il Fela Kuti Estate, curatore della collana di ristampe che tra il 2000 e il 2001 ha rimesso in circolazione buona parte delle opere più significative: Zombie, Black President, Underground System, Everything Scatter… Nondimeno venire a capo della produzione a suo nome durante gli anni Settanta è impresa ardua. Funzionava così: i pezzi venivano rodati dal vivo, nei locali di Lagos in cui faceva base Fela, prima l’Afro Spot e quindi lo Shrine, e poi incisi su vinile, un paio per 33 giri (la durata media oscillava intorno al quarto d’ora). E quei dischi andavano a ruba, siccome una volta usciti i brani inclusi non venivano eseguiti più in pubblico. Altri ne prendevano il posto, anche perché ciò che contava era la messinscena rituale. Fela sul palco: nudo dalla cintola in su, grondante sudore, il sax a tracolla, l’immancabile canna fra le labbra. E intorno il gruppo: una decina di strumentisti e come coriste/ballerine le sue 28 mogli. Quelle che aveva sposato in un’unica cerimonia il 18 febbraio 1978, anniversario della distruzione di Kalakuta. Lo accusarono per questo di misoginia, e forse non avevano torto. Tant’è vero che otto anni dopo un’altra liturgia collettiva sancì per sua volontà l’azzeramento dell’harem: "Perché un uomo non ha il diritto di essere padrone della vagina di una donna". Così parlò Fela Anikulapo-Kuti. Fela come "colui che esprime grandezza". Kuti come "chi non può morire per mano umana". Non più Ransome – "il mio nome da schiavo" – dal 1975, bensì Anikulapo – "colui che dispone della propria morte".
Ma stanotte, lasciatala, sa dove andrà: tornerà a casa rotto di schiena e intontito, ma assaporerà almeno nel corpo saziato la dolcezza del sonno sul letto deserto. Lavorare stanca, Cesare Pavese
Di ritorno dopo la due giorni milanese atterrare a Fiumicino. In fondo il buon umore di tornare nella propria disordinata città. Vedere ed ascoltare in un lampo visi e voci che si fingevano lontani. Riuscire a percepire anche per un solo secondo la comunanza con le persone che ritornano sull'aereo. Una famiglia che varcata la soglia di casa, allenta la tensione e indossa le pantofale dopo una dura giornata di lavoro. Odorare profumi della città che non ci sono, ma verranno. Sul trenino direzione tiburtina alle 8 di sera siede davanti a me una ragazza molto bella con il viso di chi soffre. I suoi occhi nascondono e proteggono mondi, come mari città. Si slaccia l'unico bottone all'altezza del seno di un golfino di lino leggero e mette via l'indumento con un gesto che non ha nulla di sensuale, ha delle mani forti e delle dita lunghe, i capelli corvini e gli occhi scuri e profondi. Legge un libro, mi guarda e mi ipnotizza. Poco prima che il treno parta sale una famiglia tipicamente romana: rumorosa, sorridente, eccitata, piena di valigie, confusa. "a bello, scusaci tanto" ... e una botta qui e una botta lì e sposta quello e sposta quell'altro. Si passano cellulari, prendono appuntamenti, ridono, si canzonano. Il treno procede nel buio senza nessuna indicazione delle fermate che si susseguono. Qualcuno guiderà questo treno? Ogni tanto getto lo sgurdo oltre il finestrino da dove filtra il buio e scorgo con difficoltà qualche nome di stazione. Ascolto la musica dei Calexico. In fondo alla carrozza due rumeni dall'aspetto trasandato scambiano parole con la frequenza delle fermate del treno e masticano silenzi vuoti e disperati. Ripenso a Milano e ai manager sugli aerei e ai loro micromondi proiettati all'esterno; ricordo che sull'autobus che percorre la pista per portarmi ai piedi dell'aereo capito casualmente alle spalle di un dirigente di banca con cui mi ero ritrovato in una riunione un paio di mesi addietro. Origlio mentre parla al telefono afferrando frammenti "l'uomo di potere lo devi colpire ..... ha commesso un errore strategico gravissimo ... dobbiamo farlo venire allo scoperto". All'aereoporto di fiumicino osservo invece l'homo tecnologicus e rimango sgomento. Ripenso a Linate e a Claudio Lippi che parla con una ragazza giovane e molto bella, sotto lo sguardo divertito di un'altra ragazza molto bella che lavora allo stand della Vodafone. Nel mentre, il mondo degli affati vortica intorno distratto e incurante. Uomini di banca, manager di società di consulenza, personaggi dello spettacolo, politici, giornalisti, uomini d'impresa, modelle. Penso alle decisioni che hanno preso in quelle giornate, all'impatto che hanno avuto sulla vita della gente, ai valori che hanno guidato queste scelte. A tiburtina recupero il mio motorino e in 5 minuti sono a casa. Giro le chiavi nella toppa: non c'è nessuno. Accendo la luce fioca e decadente dell'ingresso e scopro la carta da parati verdastra cui mi sto abituando. La casa è grande e spettrale, silenziosa e immobile. Buia. Dalle finestre del salone filtra la luce arancione del lampione della strada. Lascio sul tavolino dell'ingresso le chiavi e il portafogli. Sfilo con lentezza la cravatta e slaccio la camicia, allontano le scarpe e appendo la giacca, indosso le patofole e la tuta. Apro la mia camera che non vedo da un paio di giorni, osservo il letto lasciato sfatto, guardo di sfuggita gli oggetti sul comodino, mi allungo sul materasso e preparo una canna mentre riprendo ad ascoltare i Calexico. Arriva Gegè un pò scuro in volto a dare vita alla casa, lo sottraggo alla sua pigra disciplina della fetta di carne. Apro il frigo, tiro fuori gli gnocchi, cerco il tagliere. Scongelo una rosetta e del pane casareccio. Riduco un pezzetto di cipolla in frammenti minuscoli e lo soffriggo sull'olio. Aggiungo qualche semetto di peperoncino e un goccetto di vinaccia. La pummarola della Conad. Preparo il parmiggiano. Scolo la pasta e stappo l'Anarkos delle grandi occasioni. Lavorare stanca.
lunedì, 25 ottobre 2004
Dal profondo sud d'europa (Milano) e dopo aver letto il post della Bradipa su la Maleducation di Almodovar giuro che non andrò più al cinema con la sopracitata, nè scambierò più opinioni cinematografiche con lei, nè commenterò più suoi post cinematografici, nè le presterò più un dvd o una cassetta vhs.
venerdì, 22 ottobre 2004
 (*) da vedere ascoltando l'audio di sottofondo tratto dal primo film della saga dei Fantozzi ........ e adesso mi vado a mettere sull'ipod gli album di reggae che mi ha regalato ieri la Bradipa!
LA PRIMA DONNA (NELLA MIA CASA NUOVA)
Tutte le facoltà psichiche e mentali che non metto sul lavoro (comprese le trattative per i compromessi tra me e la mia debole volontà), sono impegnate nel giochino che mi sono comprato. Ieri poi l'ho mostrato alla Bradipa unitamente alla nuova casa. Non ho contato tutti gli appunti critici che ha fatto sull'ipod (ha detto che 20 gigrobot d'acciaio sono lo stretto indispensabile) e sulla casa prima di rimanere avvolta dal giallo canarino della mia stanza e di svenire sul mio letto accapparandosi i due cuscini. Alla fine ha anche detto che la mia camera è calda e accogliente e ha anche detto al mio amico inquilino una facile volgarità a sfondo sessuale sugli specchi della sua stanza. Ma ci piace così. Eppure io l' avevo preavvisata che gli arredamenti del nostro castello fanno pandam con la sua audi '80. "Brutti in culo" tutti e due. Anni '80 per l'appunto, la pena del contrappasso per me che li ricordo come un brutto incubo adolescenziale (fatta eccezione per le vacanze in Sardegna e le partite a carte a Natale). Se penso a Happy Days, Bim Bum Bam, Arnold o i Jefferson in un pomeriggio piovoso e grigio di novembre dopo la piscina e i compiti di scuola mi viene il vomito. Molto meglio, se permetti, gli anni '90 le lezioni all'università, le interminabili chiacchierate con gli amici modello "i dolori del giovane Werther", le lezioni di nuoto e i miei bambini, la sveglia all'1, le partite della Lazio in trasferta, i viaggi in Spagna, Manu Chao e Ok computer, l'inter rail ... etc ...
Per tornare alla casa devo ammettere che ieri ha dato una grande dimostrazione di maturità. In particolare, nel salone stazionava il buon Mau (31) con una sua amica soprano lirico (27) (a cui sarebbe meglio non dare troppa confidenza che se mi canta per casa come la socera di mezzo destro e mezzo sinistro l'accoppo), nella mia camera chiacchieravo amabilmente con la Clode (37) e Juancarlos (29) cenava solingo nella cucina tinello. La casa è talmente vasta che non ci siamo visti e sentiti se non per sbaglio, e c'era pure una stanza vuota e due bagni liberi.
Poi c'è stato il tanto atteso sorteggioperletrecameredell'appartamento: i bigliettini avevano le seguenti codifiche:
M = che sta per stanza col MONOLITE B = stanza con il letto di bernardi G = stanza grande
Comunque la Bradipa dopo aver saggiato stancamente le potenzialità dell'ipod, e avermi redarguito per non essermi comprato quello da 40 giga che costava 100 euri in più (dal momento che sono relativamente ricco), ha detto che "lo vuole anche lei". Io che per lavoro faccio il "problem solver" le ho suggerito, con tutti gli amici che ha, di fare una festa e di pilotare il regalo con il suo piglio pragmatico e fascista. "Quando compi gli anni Clà?" "15 agosto" "Ah ...." Questa cosa del suo compleanno l'ha depressa per almeno un paio di minuti, io ho fatto finta di niente e così me lo sono immaginata nei famigerati '80, quando al dí della festa ella si ornava ed ancor sana e snella solea danzar la sera intra di quei ch'ebbe compagni nell'età piú bella. Tutto questo mentre ascoltava gli album di Baglioni .
mercoledì, 20 ottobre 2004
Appunto:
Valutare le conseguenze dell'ipod.
martedì, 19 ottobre 2004
Segnalazioni:
Leggere molto bel post di Pervinca su Albania
lunedì, 18 ottobre 2004
Adesso sono a casa mia vecchia, che ho cambiato casa, e sto facendo dei prodigi con il computer. Oggi ho fatto una cosa che mi sento di dover confessare: per la prima volta in vita mia, uscendo da un negozio ho sentito una vocina che faceva: "Grazie" eppoi un'altra "Grazie", e un'altra ancora "Grazie" e poi sempre più numerose "Grazie!" "Grazie" "Grazie!" "Grazie" "Grazie!" "Grazie" "Grazie!" "Grazie" "Grazie!" "Grazie" "Grazie!" "Grazie" "Grazie!" "Grazie" "Grazie!" "Grazie" "Grazie!" "Grazie". Poi mi si è materializzato davanti agli occhi un cerebroleso californino grasso con un cappello da cow boy in testa che si aggira per Beverly Hills con un SUV con i rostri che noi ce lo sogniamo. poi ho visto dai manager con gli auricolari seduti intorno ad un tavolo di legno di pino smaltato che quando brucia fa una fiamma verde in preda ad un brain storming da slogan giusto. ho visto uomini di finanza accendere il cellulare all'atterraggio dell'areo e scatenare l'inferno. poi ho visto tanti cinesi di Shanghai che non fanno ferie dal funerale di Mao smanettare su microcircuiti di silicio in cambio di un pugno di riso e tanti lavoratori disoccupati di Taiwan, Malesia o Corea del Sud piangere miseria. poi mi è apparso Berlusconi che mi dava una pacca sulla spalla e mi diceva "Lo sapevo che eri un bravo ragazzo, lo sapevo che su te si poteva contare, la prossima volta però invece di dare forza all'export cinese e di risollevare le sorti della silicon valley a stelle strisce comprati un bel decoder per la televisione digitale (che c'hai l'aiuto dello Stato) così dialoghi anche con me che sono la legge, le istituzioni, la televisione, il cabaret, il varietà, il cinema in cassetta, le sale, i popcorn, il produttore buono, i supermercati, l'editore, i quotidiani, i romanzi, il BancoPosta, l'Alitalia, la banca, il fondopensione, l'agenzia immobiliare, l'impresa edile, la compagnia d'assicurazioni, il calcio, la lega, il Milan ...... Adesso speriamo di dormire bene.
LA MALEDUCAZIONE (della serie la domenica cinema)
Anche questa domenica sono andato al cinema con la Bradipa.

Questa volta però ho imposto in modo fascista (buttandola anche un pò sulla pietà) il film: la maladucazione di Pedro Almodovar. Basta con questo cinema italiano in cui la montagna partorisce il topolino (pecappisse parlo di Pane e tulipani, Radiofeccia, l'imbalsamatore, le conseguenze dell'amore, ovosodo etc), basta con queste donne romane piene de complessi, piene de paure. W la Bradipa. Devo dire che per portarla a vedere questo film ho rintuzzato attacchi fino all'ultimo secondo: strategica è stata la scelta del cinema praticamente en frente all'osteria. Parto dalla fine: il mio primo commento appena spente le luci della ribalta è stato: Clà devi fare un pò di sport (poi posso anche spiegare nei commenti). Dopodicchè trasportatici davanti all'osteria c'erano il Raiz e i suoi amici che commentavano non so (non erano andati al cinema) perchè "la malaeducacion": appizzando l'orecchio ho subito ascoltato due cazzate: che la cifra del film era molto autobiografica (qualcuno ha anche detto che aveva fatto il film per sè stesso), che Almodovar si è tolto dei sassolini dalle scarpe. Inciso: per chi come me e i miei amici ha seguito con passione gli alma, ha visto vari loro concerti, si è addormentato con i loro album di sottofondo diverse notti, ascoltare il Raiz affermare che il villaggio globale (che sorge sul vecchio mattatoio), dove suonerà prossimamente, gli fa schifo perchè c'è puzza è una gran tristezza. Insomma il Raiz con la puzza sotto il naso non se pò sentì (lo sapete quanto sono grandi e grossi e "quanto puzzano" gli elefanti?). Insomma andiamo oltre le cazzate cinematografiche della cricca del Raiz.

Dice bene Angelo Moroni nel suo ultimo post (perfetto secondo me), la malaeducazione è una pellicola sul mutare del tempo, una riflessione sulla morte, un'analisi del dolore vissuto internamente o meglio sarebbe dire ri-vissuto (spesso in Pedro i personaggi non lasciano trasparire in superficie il dolore ma lo proiettano dentro se stessi e lo rivivono), un consueto ecoscandaglio del motore primo dell'esistenza umana (questo esprime Pedro) ovvero della passione (il grande Pedro sta al cinema come Fedor alla letteratura) e del suo misterioso e imponderabile e illogico funzionare e dipanarsi. Insomma il solito cinema di Almodovar sulla Vita. Il consueto cinema di ampio respiro, le solite pennellate dolci e violente con cui lo spagnolo, anzi il madrilegno, dipinge il difficile mestiere di vivere ed i mali che si incontrano (spesso il male di vivere ho incontrato) e le gioie che si raccolgono. Piccole ma grandi, una religione dell'umanità con i suoi simboli e i suoi rituali. Sulla costruzione non lineare del tempo gioca molto la pellicola. La scomposizione del tempo narrativo va ultimamente di moda tra i registi, unitamente ad un altro trucchetto che si usa di questi tempi: ti faccio credere una cosa per un pezzo di film e con una sequenza di due piani e in 5 sec. ti capovolgo il punto di osservazione. Questi artifici, che possono essere usati con varie intensità, solitamente mi fanno cagare (per esempio: Fight Club, the others, apri gli occhi etc), ammetto però che ci sono registi che li hanno usati bene. Almodovar è uno di questi: infatti uno dei livelli narrativi si rivela essere il set cinematografico di una pellicola (questa cosa la bradipa non l'aveva colta, persa tra i colori dei piani e gli sbadigli al profumo d'orata ) frutto di un racconto del defunto "protagonista" del film. Qui c'è tutta la genialità di Almodovar: i personaggi si frantumano, in particolare il punto di fuga di questo film (ovvero Ignacio: spesso nei film di Pedro tutto ruota intorno ad una "non presenza"), film che è costruito come un'assonometria, vive nel ricordo di chi vive ma lo fa proprio come fosse un personaggio reale, e si frantuma anch'esso nel corso della pellicola sovrapponendo piani ed immagini e livelli narrativi (Ignacio lo vediamo illusoriamente vivo nel primo incontro con il giovane regista, lo vediamo poi rappresentato dal fratello nel film nel film, lo vediamo bimbo nei ricordi di chi legge il suo racconto, lo vediamo inoltre vivo nel ricordo della sua uccisione) in un gioco di specchi maschere e riflessi esageratamente affascinante. Ecco se penso alle conseguenze dell'amore e al microtema del vivere nel ricordo (finisce proprio con l'omino sul palo della luce che riprende una frase di Titta) e a come è trattato in modo banale lì, e come invece è affrontato in modo geniale qui, posso argomentare la mia affermazione che il cinema italiano è un cinema piccolo.
Adesso non ho tempo di scrivere rimando a dopo!
Geniali anche le piccole riflessioni seminate qui e lì sul cinema (tu pensa a che cacata il cinema che riflette sul cinema dell'ultimo Bertolucci): una su tutti la parodia del regista in crisi di creatività (che estenderei a tutti i blogger in crisi d'astinenza o in ansia da prestazione) che ritaglia dai quotidiani le notizie di cronaca più strambe per spunti su film che poi non realizza (un tipo muore sulla moto e continua a guidare per 90 km con una volante della polizia accanto).
Però adesso sto scrivendo troppo e mi fermo. Anche se potrei continuare per molte righe .
Chiudo con un pensiero: non se pò vedè un film di domenica alle 22.30 uscendo dall'osteria con la bocca sporca di sugo all'amatriciana (io sono un'amatricianaro e dò 10 e lode a questo piatto dell'osteria dell'aquila) e mezzo litro di rosso nello stomaco: il giudizio ne è influenzato. Ieri infatti alla fine pur riconoscendo subito la maestria di Pedro, sebbene un pò ripetitivo, avevo inopinatamente osservato che si può fare a meno di vedere questo film. Il giudizio era frutto della sofferenza che ho provato sulla poltroncina a panza piena e senza nemmeno il mio digestivo alle erbe.
 
Cambio il mio giudizio a caldo: è un film da vedere al 100%.
venerdì, 15 ottobre 2004
DEL CREARE INFLAZIONE (THE HARDER THEY COME THE HARDER THEY FALL)

L’inflazione, ovvero l’atto dello stampare sempre più moneta, incentivando dunque sempre più debito (che gira e rigira o in ultima istanza come si dice in gergo viene reso moneta da una banca centrale), ha contraddistinto le economie del secolo da poco terminato. Oggi che siamo nel nuovo secolo, sotto l’egida di Alan Greenspan e dei presidenti che lo comandano, il processo inflazionista è entrato nel suo momento di maggior pericolosità.
E badate bene che l'inflazione non va confusa con uno dei suoi possibili effetti: l'aumento generale dei prezzi. L'inflazione è l'aumento di offerta di moneta e gli effetti possono essere diversi.
Qualche dato: in poco più di quattro anni l’aggregato monetario M2 in the USA è cresciuto del 33%, mentre l’ M3 del 39%.
La politica monetaria inflazionistica americana adottata dalla FED è stata resa possibile dalle 1) analoghe politiche delle Autorità monetarie straniere, ma anche grazie al 2) pubblico in generale.
Questa partecipazione pubblica ci deve lasciar intuire la gravità della situazione.
L'inflazionismo è un fenomeno strano, che contagia quasi tutti. Perché? Illusoriamente le politiche che realizzano inflazione sembrano offrire gratuitamente quacchecosa. Chi le pone in essere fa appello al recondito ed ingenuo desiderio di avere un genio della lampada pronto ad esaurire i nostri desideri e a regalarci qualcosa che nessuno mai pagherà. Coloro i quali devono prendere delle decisioni pubbliche traggono beneficio da questa illusione potendo realizzare più o meno indisturbati le loro tendenze inflazionistiche di cui molto spesso sono i principali beneficiari.
Il sostegno da parte delle Banche centrali straniere alla tendenza inflazionistica di stampo americano ci conferma la gravità della situazione attuale. Solo nell'ultimo anno, i dollari in custodia presso la Fed per conto delle banche centrali straniere sono passati da circa 920 miliardi a 1.21 trilioni, crescendo di oltre il 30%. Senza tale supporto il dollaro sarebbe forse già sulla buona strada per essere utilizzato come carta igienica o come carta da parati per casa mia nuova che c’ha le pareti che sembra la casa di Good Bye Lenin.
Viste le tendenze di politica monetaria americana in corso, considerate quelle passate, e a prescindere dalle diavolerie che nel futuro le umane menti potranno partorire, è molto probabile che questa ondata inflazionista che minaccia già da qualche anno di abbattersi sulle nostre teste, sia destinata a fare il più alto numero di vittime e di disastri della storia economica moderna.
Non ci sono aspettative razionali, adeguamenti all'indice dei prezzi, o altre regalie offerte opportunisticamente da economisti, politici, sindacalisti, che tengano: nonostante la gravità della malattia, i danni prodotti dell'inflazionismo continuano ad accumularsi nel tempo senza che vengano correttamente compresi dall'uomo qualunte.
Come detto, il risultato dell'inflazione, non va confuso con uno dei suoi possibili effetti: l'aumento generale dei prezzi. E' solo al manifestarsi di questo effetto che la gente comincia a percepire alcuni dei danni causati dalla malattia. Tuttavia, raramente il vasto pubblico è mai arrivato a comprenderne a fondo le reali cause. La consapevolezza del processo, nelle diverse relazioni che legano la causa ai suoi effetti, emerge cioè con un sostanziale ritardo e rimane peraltro solo parziale.
Basti osservare ad esempio come le lamentele o le preoccupazioni che vengono sollevate quotidianamente siano rivolte all'aumento dei prezzi dei beni e dei servizi. Una corretta comprensione del processi economici dovrebbe spingere ogni incazzatura verso coloro che hanno depauperato il valore del pezzo di carta utilizzato per acquistare quegli stessi beni. Purtroppo ci sono sottili ma importantissime differenza tra le differenti percezioni della realtà: quella distorta (i prezzi aumentano), quella parziale (stiamo perdendo potere d'acquisto a causa di qualche causa esogena, come il petrolio), quella corretta (chi prende le decisioni pubbliche in materia di moneta, credito, spese e tributi, ci ha confiscato parte della ricchezza reale).
Prendiamo in considerazione le parole di due famosi economisti della scuola della Scelta Pubblica:
"Tra tutte le possibilità di prelievo di risorse… l'inflazione è forse la meno diretta, ed è quella che richiede il più alto e complesso grado di comprensione dei processi economici da parte dell'individuo"… "I governi… cercano di attribuire le cause dell'inflazione a entità e a eventi non di governo: imprese capitaliste affamate di profitti e sindacati avidi, cartelli stranieri, cattivi raccolti e così via ".
"Dal punto di vista psicologico, gli individui non percepiscono l'inflazione come un'imposta sui loro bilanci monetari, essi non attribuiscono la diminuzione della loro ricchezza reale alle attività di governo ‘di falsificazione' legalizzate. Piuttosto, i dati rilevati assumono la forma di prezzi crescenti per beni e servizi acquistati dai privati. La diminuzione di ricchezza reale è attribuita a fallimenti dell'economia di mercato, non alla creazione di moneta ".
Keynes considerava solo l'effetto dell'inflazione sui salari reali (w/p). Trascurò un altro effetto ben più importante, errore nel quale sono caduti anche Friedman e i monetaristi, e cioè le distorsioni che la corruzione della moneta e del valore monetario generano nel funzionamento dell'economia di mercato. La moneta infatti non è mai neutrale, né nel breve periodo né, tanto meno, nel lungo.
Anche a causa di ciò, da una parte la maggior parte degli individui continua a imputare i diversi problemi che affliggono l'economia alle cause sbagliate. Dall'altra parte, invece, essi continuano a pretendere panem et circenses contribuendo a sostenere l'inflazionismo che molto spesso è la vera causa di tutti i mali. Le distorsioni prodotte a monte dall'inflazionismo vengono prese in dovuta considerazione solo da quei pochi che parallelamente si concedono anche un altro assurdo e fastidioso hobby: esporre e denunciare i costi di riaggiustamento. Per riprendere un'altra frase dei due economisti sopra citati (e detto per inciso anche dal grandissimo Jimmy Cliff, noto cantante reggae), "il giorno della resa dei conti può solo essere rinviato, non impedito; più a lungo viene rinviato, più terribile esso sarà".
giovedì, 14 ottobre 2004
Sto morendo di solitudine in questo ufficio.
Ma se Dio vuole oggi è finita.
Stasera cine-branca, opzioni:
1) Primo amore di Garrone (pericolosissimo) 2) Lost in translation (americanata?).
Consiglio la lettura di questo bellissimo post sui colori dell'unica pupa della combriccola.
Infine anche io aggiungo la mia voce al veemente monito che viene dall'ultimo post di Calabrinieri:
"Aridatece i duri e puri, libertà per le uniche persone che possono far progredire questo paese: fuori i compagni Ciampi, Giovanni Paolo e Tremaglia dai supermercati! Sirchia boia!"

mercoledì, 13 ottobre 2004
AVVISO
In questo tempo di riforme ho riformato i link, aggiungendo e sopprimendo categorie, spostando nick, e aggiungendone di nuovi. Chiunque avesse qualcosa da ridire o richieste da fare o suggerimenti da suggerire può lasciare un messaggio nei commenti.
Grazie a tutti per l'attenzione .
SISTER NANCY (from Kingston Jamaica)

ALL'INTIFADA: BAM BAM!
martedì, 12 ottobre 2004
REGALO PER AMANTI DI CANI POESIA E VITA
 Musicals, 1989 - Marco Lodola (ha magnificamente colorato le copertine dei libri di Marco Lodoli per anni)
Ho deciso di regalarvi questi madrigali meravigliosi di Marco Lodoli, un'occasione di bellezza direbbe Borges, tratti da uno di quei libricini di Stampa Alternativa (non sono tutti). Vi avviso, su suggerimento di savinae, che potrebbe tornarvi utile un fazzoletto per eventuali lacrime. Buona lettura:
Ora ho una cagnolina col pelo bianco e gli occhi neri. Se l'accarezzo lei mi bacia la mano, se la sgrido si fa ancora più piccina nella cesta di vimini. Io le vorrei insegnare a stare in piedi sulle zampe di dietro, a fare ruote e a contare fino a dieci con la testa. Ma Zoe è pura vita e non sa fare niente.
Spesso la porta raspa perchè vorrebbe uscire e andare per il mondo infinito. La Vespa io accendo per gli stessi motivi: conoscere le rive più lontane, le genti ignote e mongole che vivono oltre i margini. Ma se la porta s'apre Zoe s'impaurisce e ferma mi annusa. Forse intende che ognuno è ignoto e mongolo a se stesso, e le basto.
E' squassata dal vomito, è una vela in tempesta povera Zoe, la testa abbandonata sopra l'asciugamano sporco dopo l'ondata. Penso che anche lei morirà un giorno, forse presto, forse stanotte stessa: e lei mi guarda come volesse esser difesa, come se io potessi fare chissà cosa, fermare il vento, il male (ha gli occhi tanto tristi). Dolce Zoe, le dico vile, guardando altrove, non c'è salvezza al mondo, non c'è mai pace. E allora lei, la gola chiusa dal groppo e dal collare che io le ho messo, muove un poco la codina perchè è una donna e soffre, ma mi vuol consolare.
E' diventata grande, la Zoe, ora conosce le strade attorno casa, il parco il giro uguale: dal cancello al fioraio e verde è primavera e rosso è autunno, gela e si torna al cancello. Conosce le abitudini che pur vorrei cambiare se fossi forte e libero. Sa che mi tocca scrivere sempre le stesse cose per non farle morire.
Ora ha un amico nuovo, Zoetta, un gatto rosso che chiamano Fagiolo. Prima si gatti ringhiava ma con questo ci gioca e io li sto a guardare, quarto di luna e sole dentro lo stesso cielo. Fagiolo è misterioso e Zoe poco capisce la grande indifferenza di lui che s'allontana. Vorrebbe farne senza, come chi pena e ama.
Passa per via e tutti dicono: "Oh, quant'è bella, sembra una nuvoletta, anche una pecorella, sembra una cosa finta che al mondo non esiste, una pace dipinta." E i visi si rischiarano quasi prendendo luce da quella grazia, ed è solo una cagnolina, quattro zampe leggere che poggiano sul mondo come sui giorni le sere.
Mentre scrivo il romanzo, Zoe mi sta sulle gambe e sogna e nulla immagina di questa strana storia che m'insegue nell'anima e cade sulla pagina. Nulla sa di Morella e di Tito, di piazza del Fante e del gigante che dall'alto osserva i cani vagabondi, gli uomini soli e i fiori che sognano la vita e che nel nulla imparano.
Tessera d'un mosaico o filo di tappeto: cos' è la vita, credo, questa e qualunque vita, sillabe a completare una frase infinita. Serviva un cane bianco, piccolo e ubbidiente, un'allegria da poco: serviva chi dal niente cresceva le parole, nuvola rotta al sole. Entrambi servivamo, e siamo qui, e andiamo
Le ho messo un fiocco rosa perchè sia più graziosa, o per fare qualcosa di meglio che fumare e attendere la notte. Zoe è tanto orgogliosa di quel nastrino sciocco: è come una fanciulla con una blusa nuova, gira per casa e aspetta che io le dica usciamo. Di corsa scende splendida le scale, e ho fretta anch'io di colorare il mondo.
Se le metto il guinzaglio Zoe mi guarda stupita: "Così allora è la vita, evitare ogni sbaglio, stringersi a una catena che presti sicurezza, distanti dalla brezza e vicini alla cena? Così tremendo è vivere che meglio è rimanere legati a cento anelli e alla paura grande di perderci nel mondo, io nella fame e tu a rimpiangere un cane?"
Era un orsetto giallo sottratto al cassonetto, la noia di un bambino, e il destino ha voluto che arrivasse fin qui. Un morso, una leccata, Zoe l'ha ridotto a niente a un amore stracciato, ma ancora in mezzo al niente brilla un bottone nero. Penso all'occhio di un Dio più piccolo di noi che guarda e ci comprende ma non sa più proteggerci.
Ora la Zoe ha un parto immaginario, piccoli che solo lei conosce: sotto di sè nasconde una famiglia e allatta l'invisibile. Docile madre, piena di cure e d'apprensioni, sola ad amare quel nulla minacciato da tutto, a sperare che mangi e viva e cresca sano. La guardo e penso a me, ai miei giorni futuri.
Stringendolo tra i denti Zoe porta un pupazzetto in giro per la casa poi scava sul divano, con amore l'allatta e lo lecca, ci piange sopra, quasi temesse di non essere brava madre, o che qualcuno glielo possa rubare. Io non ho figli, e penso che da vecchio avrò lunghe domeniche ogni giorno, e più non avrò Zoe.
Come frulla la trottola dalla poltrona al letto, nel corridoio eterno poi sul vecchio divano, e vuole essere rincorsa, quasi acchiappata, quasi, e ancora andare libera fuggendo ogni minaccia. Se io mi fermo allora anche la Zoe si ferma, la coda implora: un poco giochiamo alla salvezza, che io sia la gioia pazza e tu l'ombra che sfiora.
La Zoe abbaia ai gatti credendo che sia sempre l'identico nemico, un solo gatto eterno che sbuca da ogni angolo, fulvo tigrato o bianco, di lei troppo più furbo e cattivo, uno che le ruberà la ciotola e il posto sul cuscino, e mai potrà la Zoe di niente esser sicura, neanche del suo padrone, che quasi non la bada e bella micia dice a una donna di un'ora.
A casa degli amici stai ferma sul divano prestando un'attenzione ai corpi e ai colori, a inutili parole d'intelligenza e anche di cattiveria: sembra che all'improvviso quasi potresti sospirare, e invece taci e guardi le mani che s'agitano, i discorsi che muoiono. E quando dico andiamo salti di contentezza.
Fare del giorno notte e della notte un vanto, viaggiare le città per non morire fermi e amare tante donne da confondere il corpo: oppure stare accanto a un libro e a una cagnetta che vuole andare al parco alle cinque e alle sette qualcosa nella ciotola, scrivere con le parole che stanno in una mano, cento chicci di riso.
Ogni cosa ti è amica e cara, anche l'asfalto che sostiene gli incontri e i nostri brevi passi: a te persino è caro quel pupazzo sbavato dai baci e anche dai morsi, come fosse una vita o una parola vera. Se non lo trovi piangi e m'inviti a cercarlo, e insieme lo cerchiamo perchè ogni cosa bella un poco si nasconde.
Ogni volta che torno da un viaggio o da un minuto d'assenza, Zoe è contenta: salta smusa dimena la codina, richiede un'attenzione pura, che sia un avvenimento quel ritrovarci insieme. Ora che siamo uniti, sembra che preghi Zoe, troviamo la maniera di vivere felici, immaginiamo un mondo senza nessun addio.
Le dico: maragià! e Zoe mi salta in groppa come fossi elefante e casa fosse l'India. Così la porto in giro dalla cucina al Nepal, fin sotto le montagne degli esseri più saggi, quelli che non separano il mondo dalle nuvole, l'ombra dall'ombra. Dondola la vita come un sogno, poi dico: maragiù! e torniamo alla terra.
Quando pronuncio il nome di un amico perduto, si guarda intorno e attende che appaia Federico (le portava i biscotti e la sognava sempre), o l'antico Mariano, o Claudio che sorride. Sono morti, o lontano o non sono più amici perchè non li ho protetti dalle ingiurie del tempo. Ma Zoe alza il muso e odora: chi è atteso vive ancora.
Non ha voluto un maschio, ne ha rifiutati tanti osannati o ridicoli, e il desiderio atroce che il seme ha della terra li addolorava tutti, avevano la voce dei tori e delle api. Il futuro è passato, soffriva di speranze e aveva bave e affanni. Ma certi anni i campi vanno lasciati in pace, vogliono solo luce.
Non sa che c'è l'America e il vento in Patagonia, ignora Gibilterra e le sponde del Gange, Zoe quando è allegra corre e se sta male piange: la fame e la scodella il viale e una paura, io che vado e ritorno, questo è il suo mondo e il mio sono cento parole distanti dalla vita, un paese di carta, io che vado e mi perdo.
Ha un brutto male, Zoe, lo stesso per cui è morta mia madre, nell'inverno del novecentottanta. Sembra passato un mondo, e il male è sempre qui. Eppure Zoe è contenta, corre dietro alla palla, anche se un pò più piano. Non sa che i giorni stanno per perdersi nel vuoto. Mia madre lo intuiva, mi stringeva la mano ogni sera più piano.
Ha un taglio sulla pancia, il segno d'un intento che la divide ancora dalla morte. Si lecca e non dovrebbe, mugola e si protegge, piccola contro il mio fianco. Fuori di casa il mondo cresce, ma noi diminuiamo, Zoe, la vita stringe e si fa più preziosa, come gli ultimi soldi di chi non ha più nulla e si compra una rosa.
Triste non è la morte, triste è morire un giorno dopo l'altro, vedere allontanarsi cose che sentivamo care e altre accostarsi ignote e spaventose, sperse come i passi nel buio: persino la parola teme l'informe, il niente che scioglie rose e nuvole, e Zoe ringhia al silenzio, al ladro senza mani che avanza per rubarla.
Il tempo è una commedia, un malinteso avvolto come straccio, la morte non è che mutamento dentro al teatro immenso. Non c'è d'aver paura, è solo un cambio d'abito e un diverso copione, altre parole e un sogno più grande da sognare, le rose in camerino se le parole incantano. Perchè allora mi raschiano i suoi respiri corti?
Se l'anima del mondo è sparsa in ogni dove, nella terra più asciutta e nell'acqua che piove sopra l'erba brillante, se non c'è forma o luogo privo di verità, allora ogni orma che il tempo abbandona segna la strada buona per arrivare a casa, e anche Zoe è una strada, sale gli anni e ora cala dove vita dirada.
Dovrei scrivere meglio, storie avvincenti, pagine che facciano discutere, ma non m'importa più, non m'importa più niente delle parole accese che incendiano la carta, voglio soltanto il bene di questo pomeriggio e a domani non penso, voglio che Zoe stia bene per questo pomeriggio, che il mondo sia sereno dentro le mie parole.
Ogni giorno la luce s'accorcia e nell'estate a poco a poco entrano le sere d'autunno. Il parco era assolato e adesso è in ombra e in cielo vola un brivido nero mentre noi andiamo via. Zoe correva veloce, ora fatica accanto alle mie scarpe lente. Una stagione muore nell'altra e niente dura, sia uomo, cane o pianto.
L'ho conosciuta cucciola che non sapeva niente della vita e del mondo. Mordicchiava i cuscini e correva un pò ovunque. Siamo stati coetanei: le sere nei giardini ci bastava uno sguardo per dire è tardi, andiamo. Poi il tempo suo l'ha spinta oltre il mio tempo, e adesso è più vecchia di me, sa cose che io ignoro e quasi non si muove.
Fa freddo sottoterra, laggiù è sempre inverno, per questo ho avvolto Zoe nella coperta rossa prima di seppellirla dentro quel gelo eterno. Cadono mille foglie sopra la terra smossa, anche i pensieri cadono e la vita procede come una cosa nuda. Tutto nel mondo ha un senso pure la morte e il freddo, dico, ma non lo penso.
Nell'universo oscuro dieci anni sono niente e sono anche la vita per un bambino o un cane. Lungo il cammino tutti ci affrettiamo confusi: qualcuno manca, altri s'aggiungono e la strada è sempre piena e va dove le cose vanno, là dove il mondo manca. In sogno cerco Zoe e lei mi guarda, è sola su una stradina bianca.
Zoe è stata con noi per dieci anni, era una cagnetta buona e paziente, e da lei ho imparato tante cose sulla vita e sulla morte. Ogni tanto mi ha suggerito dei versi, brevi madrigali che poco alla volta hanno composto questo canzoniere. E' la storia di un'amicizia piena di gioie e di timori, ci sono le passeggiate a Villa Glori, i giochi, le scoperte, i parti immaginari, le mie paure, e forse c'è anche qualcos'altro che non è facile da spiegare, ma ci provo. Grazie a Zoe ho capito che la vita è sempre tutta intera in ogni creatura, e che basta osservarne una con attenzione per amarle tutte. Ciao Zoe, spero che dove adesso tu sei arrivata ci sono marciapiedi larghi e prati per correre, e magari anche una finestrella da cui mi puoi guardare.
MARCO LODOLI - Stampalternativa € 1
FESTIVALIA (o della risata grassa o dello storno)
Si potrebbe andare tutti allo zoo comunale Vengo anch'io!

NO TU NO!
CONTINUA LA PANTOMIMA SUI SUV
Questa mattina mi son svegliato e mentre facevo colazione ho ascoltato la nuova portavoce di Forza Italia, di cui abbiamo in basso una foto d'epoca ai tempi delle sue lotte contro il comunismo, affermare che non ci sarà nessun bollo maggiorato per le auto inquinanti.

E bravo Altero, dopo i condoni sugli stupri ambientali che te sei magnato, mò te rimagni pure questa sui SUV. Inutile ministro burattino della Repubblica dei Vecchi e delle Banane.

lunedì, 11 ottobre 2004
LE CONSEGUENZE DELL'AMMORE
L'incontro previsto con l'alessandrina non è avvenuto. Per le vie brevissime, ovvero un sms, venerdì alle 23:30 mi ha comunicato la sua impossibilità per il sabato pomeriggio, domandando un consenso su lunedì aperitivo. (Francamente) mi sono storto e non ho risposto ..... e lei non si è fatta sentire.
.... lunedì aperitivo (n.d.r. oggi) sarò in un'auletta del centro storico di Roma a tenere una lezione di tre ore e mezzo ad una classe di imprenditrici immigrate extracomunitarie che hanno ottenuto microfinanziamenti da una fondazione. La cosa già è avvenuta e mi terrorizza molto meno della scorsa occasione. Che Dio ce la mandi bona e sudamericana , almeno stavolta.
[Caratteri surreali ha invece il contratto sottopostoci dalla padrona di casa e da me visionato nella giornata di sabato, al posto della gita al mare con la mia bella. Per dirne una all'art. 2 delle sette pagine c'è scritto che se portiamo animali domestici (e non) in casa il rapporto si intende risolto e dobbiamo darle a titolo di penale n.12 mensilità (del valore di euri 1.700 l'una). Comunque nel contratto ci sono tante altre chicche che meriteranno quando avrò tempo un bel post ad hoc, mannaggia a sti sessantenni di merda.]
Nella mattina, sempre in tema immigrati, dovrò alacremente preparare una presentazione per il mio supercapo e spedirgliela in America dove è per un meeting, ricevendone indietro le bozze corrette, in un ping pong che non può che portare al mio esaurimento nervoso. La cosa bella è che non si sa su cosa precisamente debba essere il suo intervento, lui non capisce una mazza di immigrazione microcredito rimesse etc ..., e non si sa di cosa parleranno gli altri relatori del convegno. Però io in tutta questa indeterminatezza devo "fare".
Infine il mio week end incolore si è concluso con un film itagliano al cinema coprodotto da Berlusconi. L'artefice della spedizione non poteva che essere la Bradipa, che ho scoperto essere afflitta dal complesso del dormiente. Credo che lei avesse scelto apposta un film pesante e fatto finta che alle 20,30 non si poteva e si doveva andare per forza al secondo spettacolo. Poi ha voluto guidare il mio motorino con me dietro per farmi accumulare stress e adrenalina, e farmi poi scaricare la tensione con un sonno. Io d'altraparte l'ho aiutata facendo un ciccileu prima del film, mangiando una pizza e bevendo un bicchiere di vino con Do, Do, Fra, che la panza piena e il vinello si sa conciliano il sonno. Comunque seduto sulla poltroncina del piccolo cinema non ho mollato un secondo, e lei stizzita e nervosa più o meno a metà del film si è girata di scatto e con tono ispettivo mi ha detto "che stai dormendo?" ..... "No, no" - rispondo prontamente - "Ah ....ok" - chiude lei schiumando di rabbia. Ero talemente lucido alla fine del film che sono riuscito anche a riconoscere un VIP che lei non aveva visto (ed è proverbiale la sua svagata ma attenta attenzione ai VIP) . Nei commenti finali tale e tanta era la sua sconfusione per il fatto che non mi fossi addormentato, che ha declinato ogni commento a dopo che avrà letto 100 recenZioni del suddetto film.
venerdì, 08 ottobre 2004
Oggetto: La resa dei conti finale a distanza di 9 mesi dall'ultima resa dei conti finale
Si informa che in base alle intese intercorse per le vie brevi la scrivente sarà impegnata in un incontro al mare con l'Alessandrina sul tema in oggetto. Detto incontro si svolgerà presso gli uffici di Capocotta, via di Zion Beach 0 alle ore 14:30.
Alle luce delle ultime rivelazioni in tema di SPM si prega il gruppo di lavoro "anime in pena" di fornire informazioni circa le metodologie utili a scoprire via filo se una ragazza di circa 30 anni è affetta dalla sindrome in discorso, nel qual caso si provvederà, stante la delicatezza degli argomenti in oggetto, a rinviare l'incontro a data da definirsi.
L'occasione è gradita per inviare i migliori i saluti.
F.
ANCORA AGGIORNAMENTI IN TEMA GIPPONI E DERIVATI
Ieri, il sottosegretario Roberto Tortoli nell'ambito della risposta all'interrogazione del blogger di splinder amadog sul problema dei Suv in città ha affermato che nel collegato alla legge finanziaria sarà presente un provvedimento che, oltre a vietare i raggi laser ammazza pedoni installati al posto dei fari e degli specchietti retrovisori, modulerà il bollo di circolazione in funzione dell'inquinamento prodotto dalle macchine, scoraggiando in particolare l'acquisto dei cosidetti SUV (si tratta sostanzialmente di macchine di gran lusso). Inoltre, i flussi finanziari rivenienti da tale maggior introito saranno investiti - sempre a detta del sottosegretario - nella riduzione europea dell'inquinamento atmosferico (n.d.r. è definita in gergo "frase a tutto tondo") nelle aree che presentano maggiore criticità. Da prime indiscrezioni sulla lista delle macchine con bollo di circolazione più caro sembra che in cima alla piramide sia stata incredibilmente messa l'Audi 80 del 1982, simbolo del trionfo ai mondiali di Spagna della nazionale di calcio italiana.
Nel frattempo in piena crisi SPM la signora Bradipa, incatenatasi alla ringhiera del suo balcone, piange ininterrottamente da 10 ore guardando in basso la sua nuova audi 80 del 1982 color grigio nichilista.
Il blogger amadoc si è detto sorpreso (ritenendo nel suo immaginario gli elettori del centro destra e i loro rappresentanti tutti dei piccoli Galliani dotati di SUV e testa pelata) e soddisfatto del provvedimento annunciato dal governo, sebbene abbia osservato che il vero problema, ovvero la sicurezza dei pedoni, dei ciclisti, dei ciclomotoristi, nonchè la crescente mancanza di spazio di deambulazione nei centri urbani, non è stato minimamente preso in considerazione.
Per quanto riguarda la questione Bradipa il blogger, avendo anche poggiato le sua preziose chiappe sui sedili anteriori e posteriori della maghina e avendo probabilmente anche schiacciato un pisolino nella stessa, ha condiviso il punto di visto della signora, e ha ribadito che la macchina è "brutta in culo" e purtroppo non ci si può fare niente.
giovedì, 07 ottobre 2004
Sto affogando di lavoro, maremma marocchina. Bra ho scordato il cellulone a casa. A volte capita.
LA NOSTRA VOCE SARA' ASCOLTATA!:
Roma, lotta ai Suv: 1000 euro per il permesso del centro storico (dal sito di Repubblica)
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| L'Hummer H2 |
| ROMA - Costerà con ogni probabilità 1000 euro anziché 316 il permesso annuale della Ztl di Roma per i Suv, sport utility veichles. La nuova tariffa potrebbe partire già dal primo gennaio prossimo. Lo annuncia l'assessore alla mobilità, Mario Di Carlo, precisando le norme restrittive che il Campidoglio sta preparando nei confronti dei fuoristrada, accusati di essere altamente inquinanti.
"Vorrei riuscire a introdurre inoltre - prosegue Di Carlo - un riferimento al 'passo', un po' come succedeva non troppo tempo fa sulle autostrade: si pagava cioè il pedaggio a seconda dello spazio che occupavano".
Cautela invece da parte dell'assessore riguardo al divieto di accesso all'interno della Ztl: "Non sappiamo ancora se riusciremo a introdurre questo divieto perché si tratterebbe di limitazione della libertà individuale". Il problema sta tutto nel riuscire ad individuare i Suv che dal punto di vista tecnico sono assimilati in tutto e per tutto alle normali auto.
Il progetto di Mario Di Carlo per ora è solo teorico perché anche a Legambiente confermano che è ancora tutta da trovare la formula per separare con precisione i Suv dalle vetture.
Insorgono intanto le associazioni di fuoristradisti, il presidente della Land Rover spiega che il problema non esiste. Oltre diecimila votanti al nostro sondaggio sul tema.
mercoledì, 06 ottobre 2004
PICCOLO SPAZIO PUBBLICITA'
 Trodding Jah Road - J.J Watson
In sottofondo il super talento emergente della musica jamaicana: Richie Spice! Che insieme a Sizzla è il n° 1 della mia personale lista di artisti che spero di vedere dal vivo quantoprima. Qui trovate il video del pezzo, che è bellissimo, e anche un pò emozionante! E' un video colorato e dondolante, come il mare e le barche vecchie di legno su cui si poggiano le prime inquadrature. E' un video caldo come la voce di Richie Spice e come il cuore della gente jamaicana. I pescatori che caricano la schiena e le barchette... il cielo dal basso. I sorrisi. I visi dei bimbi che giocano a pallone nella polvere. I mercati dove la gente lavora.
Earth run red!!!!! Troppo sangue in questa terra.
martedì, 05 ottobre 2004
RIAPRIAMO LA CACCIA (2) (QUESTO é PER I ROMANI)
Andate a vedere l'ultimo post di Calabrinieri, e i bastoni che siete pronti ad imbracciare dopo aver letto questo mio post (di oggi!) preparatevi ad usarli anche sulla testa mimetizzata degli ausiliari del traffico. Maremma porca vacca boia assassina ........quanto mi fanno incazzare ste cose .....
CHI MI HA FATTO GLI AUGURI BRUTTI BASTARDI?
Ammetto che non ho mai capito quelli che ti fanno gli auguri per il tuo onomastico: cosa cazzo c'entro io con le imprese titaniche compiute da un povero diavolo 1000 miliardi di anni fa e la cui comunanza è rappresentata dal fatto che le nostri madri gli girava di metterci lo stesso nome. Che poi il nome è un istituzione borghese frutto di questa società votata al pragmatismo, come diceva bene Pirandello.
E poi perchè no gli auguri per il cognome? Che ne porto uno di un grandissimo storico del rinascimento?
Vabbè messe da parte le mie inutili polemiche, però ne tiro fuori un'altra utile. L'onorevole Fini dopo essersela presa con quel pacifista igienista pazzo romano di Ponzio Pilato deve aver letto questo mio post, e dunque punto sul vivo dalle mie profonde e sarcastiche argomentazioni, per la gioia del suo consigliere sulla storia dei santi e delle madonne, ha affinato il suo armamentario ideologico come segue.
(ANSA) - ROMA, 4 OTT -Il vicepremier Fini ha partecipato alle celebrazioni della Festa di San Francesco e ha pronunciato il 'messaggio agli Italiani'. Fini ha sottolineato che Francesco 'desiderava la pace come mezzo al servizio del bene comune' e ha ricordato che la regola francescana non proibi' l'uso delle armi ma l'aggressione armata.

Ho messo l'ANSA ma quando il sito del messaggero mi farà prendere l'articolo odierno ne leggerete delle altre belle!!!! In sottofondo invece, sulla base del pezzo di Marley sui jeepponi, Shabbone, il pioniere del ragamuffin, che tradotto vuol dire "lo stile dei pezzenti". In onore a quel pezzente di San Francesco d'Assisi che assomiglia più a Bob che non ai pacificatori coi mitra cui alludeva il vicepresidente del Gran Consiglio.
Intanto segnalo anche l'ultimo post di Calabrinieri, da leggere pensando alla faccia di Fini con il capricapo che stringe la mano al macellaio.
Buona risata amara.
p.s.: per quelli che non lo sapessero e particolarmente aquile io mi chiamo Francesco!
RIAPRIAMO LA CACCIA

CliKKa qui (It's Mr Brown) (E' Mr brown) Mr Brown is a clown who rides to town in a coffin Mr Brown è un idiota che cavalca verso la città in una bara (Well, here he comes) (Bene, eccolo qui) In the top is...three rows on top and two inside there In alto è...tre righe in cima e due sotto Oh, what a confusion! Ooh, yeah, yeah! Oh, che confusione! ooh, yeah, yeah!
What a botheration! Ooh, now, now! Who is Mr Brown? I wanna know now! Chi è Mr Brown? lo voglio sapere ora He is nowhere to be found. Non lo si trova da nessuna parte From Mandeville to slide-a-ville, Da Mandeville scivolato a valle, coffin runnin' around, la bara che corre intorno Upsetting, upsetting, upsetting the town Rovesciando, rovesciando, rovesciando la città
Affrontando la questione jeepponi partirei, oltre che dalle parole di Marley che sentite in sottofondo e trovate tradotte in alto (vi invito a leggere l'intero testo, che sembra fatto apposta per l'occasione, qui), anche dalle parole del sindaco di Londra, Ken Livingstone: "quando un quattro per quattro gira per le vie di una città si è costretti a pensare che sia guidato da un idiota".
La legge, qualcuno dice, è un semaforo la cui funzione è quella di stabilire il labile confine tra la mia libertà e la tua. Punto. D'accordissimo. Punto.
Nulla in contrario sul fatto che tu sia libero di fare l'idiota, mi chiedo però perchè in uno Stato in cui mi devo allacciare la cintura, mi devo mettere il casco sul motorino, devo tenere accesi i fari di giorno, il minorenne deve guidare il motorino 50cc con il patentino, il minorenne per legge deve lasciare la discoteca all'una, una persona non può fumare una pianta nel salotto di casa sua, insomma in questo Stato qui, perchè si debba lasciare libera la gente di prevaricare la mia libertà e di mettere a repentaglio la mia sicurezza:
1) per un guidatore di berlina urtato lateralmente il rischio di perdere la vita è 30 volte superiore se a causare l'incidente è un jeeppone (fonte: quattroruote);
2) in un'epoca in cui lo spazio urbano per la viabilità è sfruttato al cm (ormai anche il vecchio 50cc si blocca nel traffico) il jeeppone è un inutile spreco di spazio a danno della collettività;
3) in un'epoca in cui il consumo di petrolio, risorsa del pianeta scarsa per eccellenza, è causa di guerre e incide sulle tasche di tutti noi giorno dopo giorno, perchè per un tuo vezzo del cazzo dobbiamo sprecare (più di quanto già non si faccia) questa fonte di energia esauribile?
4) in un'epoca in cui la sostenibilità ambientale rappresenta un vincolo allo sviluppo ("sviluppo" però come tu lo intendi: ovvero tu che chiami sviluppata una società in cui non si cammina per strada perchè ogni famiglia ha 3 macchine e 1 famiglia è proprietaria dell'impresa che ti vende le macchine e dà lavoro a migliaia di persone che si comprano altre macchine e lo Stato per dare una botta al cerchio ed una alla botte non incentiva altro trasporto se non quello basato su gomma cemento e petrolio), in un'epoca in cui gli Stati nazionali fanno accordi sulle emissioni di anidride carbonica, in un'epoca in cui lo Stato giustamente tutela la salute pubblica disincentivando il fumo (ma lucrandoci anche sopra), perchè tu "idiota" ti arroghi il diritto di inquinarmi l'aria che respiro con quel sigarone che è il tubo di scappamento del jeeppone più di quanto le persone cosìdette "normali" già facciano con le loro berline?
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