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lunedì, 31 maggio 2004
WEEK END - L'epilogo
Leggo testualmente dal referto del medico: "Lesione al legamento collaterale rediale. Si certifica che XXXXXXX da me visitato in data odierna necessita di 30 gg. di prognosi SC".
Ogni riflessione e racconto dell'accaduto è rimandata ad un momento di maggiore tranquillità (anche perchè scrivo dal computer di quella iena di mia sorella laureanda, sempre assediato, durante le sue assenze, da quell'adolescente baffuto di mio fratello) perchè io nonostante sia prossimo ai 30 anni mi sento un ragazzino di 18, anzi chi mi vede non crede mai che io abbia quasi 30 anni e mi chiede la carta d'identità e questo dipende secondo me dal fatto che io credo veramente di avere circa 18 anni. E come diciottenne non sto fermo un momento e faccio mille cose e se quel medico pensa che io non andrò a lavorare per 30 giorni e starò a casa con la gamba rialzata per 20 giorni se lo scorda proprio perchè io dopo un giorno già posso fare a meno delle stampelle :D.
martedì, 25 maggio 2004
Omaggio a Anthony B

Villaggio Globale, 19 dicembre 2003 a cura di Silvietto. Pubblicato su Vibes fanzine 1998
Keith "Anthony" Blair e' un ragazzo di campagna, nato il 31 marzo 1976 in una famiglia di braccianti di Clarks Town, nella regione di Trelawny. Quasi tutti gli abitanti della comunita' agricola di Clarks Town sono impiegati in lavori stagionali e malpagati nelle piantagioni di canna da zucchero di un unico padrone, la societa' Long Pond Sugar Estates. Le condizioni di vita e di lavoro a Clarks Town (come in tante altre parti della Jamaica) ricordano quelle del secolo scorso e tanti sono i giovani che provano a cambiare il proprio destino andando a vivere a Kingston o tentando di emigrare. Il piccolo Keith crebbe povero con la madre, May Gordon, che pensava che l'educazione fosse l'unica possibilita' di speranza per il figlio; e cosi', quando raggiunse i dieci anni, May gli impacchetto' i pochi panni che aveva e lo mando' a vivere dallo zio a Portmore. Per alcuni anni questo zio riusci' a mantenerlo e anche a mandarlo alla St. Catherine High School di Spanish Town (scuola secondaria); a un certo punto pero' cio' non gli fu piu' possibile, Keith fu costretto ad abbandonare gli studi e comincio' ad aiutare lo zio nel mestiere di muratore. Ma il fuoco delle liriche bruciava sotto la sua pelle, alimentato dalle ingiustizie che continuava a vedere sin dalla nascita intorno a se e dalle ore di duro lavoro con lo zio, durante le quali cantava a piu' non posso... Presto Keith si rese conto di avere un dono raro: componeva versi e intere canzoni spontaneamente, senza rifletterci su e senza bisogno di mettersi a scrivere. La speranza di un ingaggio con qualche produttore, il richiamo della musica e la crescente consapevolezza di essere stato "scelto" per cantare l'amore e la giustizia, lo portarono sulla strada di Kingston. All'inizio fu molto dura; in un periodo ('92) in cui la slackness ancora dominava il mercato, nessun produttore voleva sentire le sue rime consapevoli. Un giorno del 1993 pero' il cantante Little Devon lo introdusse a Richard Bell, produttore rasta fondatore della Star Trail, che lo accolse; era nato Anthony B. Per un paio d'anni l'attivita' principale del giovane sing-jay fu la partecipazione ai concerti di Everton Blender (cantante di punta dell'etichetta in quel periodo) e l'uscita di alcuni 45 giri. Nel 1995, durante lo Sting tenuto al Jamworld Entartainment Centre di Kingston, la svolta; Anthony B, vestito in abiti africani e con in mano il Bastone della correzione, dopo alcuni brani infuocati, fermo' la Sagittarius Band e chiese un po' di silenzio:"me come fe introduce a new tune tonite, everybody listen, band's man ... a capella style"; inizio' quindi un cantinelante sermone dove, accanto alle consuete generiche riflessioni sul marciume del sistema, cito' uno per uno i principali uomini politici e affaristi del paese e alcune delle loro malefatte ai danni della comunita', condannandoli al fuoco eterno. Piu' andava avanti la lirica e piu' il Jamworld si incendiava, migliaia di persone con grida e accendini si unirono a quelle parole coraggiose che lasciarono un segno indelebile. Mutabaruka mando' la registrazione della serata durante la sua trasmissione su Irie fm e in pochi giorni tutti iniziarono a parlare di questo nuovo cantante e ad aspettare il singolo su 45; ma il singolo fu vietato, il governo con l'appoggio di tutti i partiti proibi' la diffusione radiofonica della lirica e la sua commercializzazione nell'isola, facendolo diventare il pezzo piu' amato e cantato. Nell'arco di poche settimane Fire pon Rome, prodotto dalla Star Trail, arrivo' ai primi posti delle classifiche reggae di New York e Londra, ma gli provoco' varie minacce che comunque non lo hanno fatto desistere. Molta gente in Giamaica ha perso la vita per molto meno, ma Anthony B e' convinto di avere una missione da compiere in questa vita, e quindi la sua ora deve ancora venire. Quando a Tivoli Gardens (uno dei quartieri piu' violenti di Kingston, roccaforte del partito di Edward Seaga) si e' svolto un concerto memoriale per l'anniversario della morte di Jim Brown, Anthony B e' stato scortato e protetto dagli abitanti della zona per fargli cantare Fire Pon Rome. Fire Pon Rome,insieme a molte altre liriche di denuncia e passione, e' presente nel suo primo bellissimo album (So many things to say\VP, in Inghilterra Real Revolutionary\Greensleeves). Anthony B e' dj, poeta, cantante; con le sue liriche riesce sia a infiammare i giovani e le dance-hall che a commuovere famiglie e vecchi rasta. Pensa che sia riduttivo essere definito un dj: "When you say a deejay, the mark of deejay is already sey. I lok at myself more as a chanter. A freedom fighter... somebody crying out for peace and love for all, no matter your race, color or creed or where you come from."
Strettamente selezionati da me:
Rise up (con Tafari) Police Not Guilty None a Jah Jah Children Good life Free up the people Fire pon Rome All what's going on Time for the love Waan Back Wine & Roses Third Eye Blind The Joy Together Rude Bwoy Thing Rain De Barn No Hush Musical Fire Nah Go Hide Marley Memories
Critical Mass nazionale - Roma 28, 29 e 30 maggio 2004
Il rinascimento ciclistico
Guardandoci intorno nelle nostre città, vedendo come stanno modificandosi i nostri stili di vita, affrontando ogni giorno l'emergenza ambientale, sociale e sanitaria in corso, si può affermare che l'era della motorizzazione di massa è al collasso.
Gli albori di un rinascimento, noi, ciclisti/e urbani, li riusciamo a vedere. Sempre più persone riconsiderano quello che negli ultimi trent'anni era stato un tabù: utilizzare le proprie forze per muoversi. E invece riscopriamo che possiamo spostarci con più facilità e per gran parte dei nostri spostamenti quotidiani senza l'automobile.
L'automobile, la moto, il motorino ci avevano in questi anni ipnotizzato facendoci credere che non potevamo camminare per più di duecento metri e che andare in bicicletta fosse esclusivamente un divertente passatempo da praticare nelle vacanze o nei week-end.
Ma due guerre per il petrolio in 10 anni, uno stile di vita sempre più sedentario, dei costi di esercizio elevatissimi e, soprattutto, l'inefficacia nell'attuare la sua principale funzione ossia quella di farci spostare da una parte all'altra della città hanno portato molte persone in tutto il mondo a cercare alternative all'automobile.
Abbiamo iniziato a fare i nostri spostamenti in bicicletta.
Era lì, abbandonata, utilizzata solo come "giocattolo", ma obnubilati dal marketing dell'industria del motore e del petrolio, non potevamo vederla.
Fare 3, 5, 20 km in città con la bici era (ma per molti ancora è) una follia che il nostro corpo, pensavamo, non avrebbe mai potuto reggere. Abbiamo poi provato, il corpo reggeva, anzi..., eravamo veloci negli spostamenti, "parcheggiavamo" non vicino casa... ma dentro casa, ci divertivamo a girare e rivedere la città, i posti nascosti, suonare il campanello per avvertire le persone che, noi, lì dietro, silenziosamente, stavamo velocemente arrivando. Ci siamo ritrovati a scrutare il cielo per capire che giornata sarebbe stata, tornare a vivere fuori dall'incubo ad aria condizionata. Non rischiare di uccidere tutto quello che ci passa davanti.
Siamo tornati e tornate ad utilizzare la bicicletta per andare a scuola, al lavoro, all'università, a fare la spesa a d incontrare gli amici, uscire la sera… e ci piace molto.
Una città da ridisegnare
La nostra è stata una scelta dal basso, mentre ci troviamo a cozzare contro amministrazioni e soluzioni urbanistiche che oltre a privilegiare sempre l'utilizzo del mezzo privato, con immenso inquinamento e spreco di risorse energetiche, continuano a proporre "soluzioni" assolutamente inadeguate per cercare di risolvere i problemi di mobilità traffico e inquinamento che affliggono grandi e piccoli centri. Non saranno infatti parcheggi su parcheggi o raddoppi di corsie a far scorrere il traffico, ma serviranno solo ad aumentare il problema ambientale attirando nuove automobili fino alla saturazione.
Riusciamo ad apprezzare come ricchezza e bellezza delle strade NON la quantità di automobili che ci sono o che le attraversano, ma al contrario la loro assenza o la loro esiguità.
Lo spazio urbano vivo e vivibile è quello che riesce ad escludere automobili, e motoriname vario. Uno spazio libero e sicuro che tiene fuori le auto tiene dentro persone, bambini e animali che altrimenti sono esclusi e sacrificati al dio automobile.
Perchè una Critical Mass Nazionale
Da un paio di anni in Italia e da una decina d'anni a questa parte un pò in tutto il mondo i/le ciclisti urbani si incontrano, l'ultimo venerdì di ogni mese, e pedalano insieme cercando di comunicare e trasmettere alcuni messaggi forti:
- la possibilità dell'utilizzo della bicicletta come mezzo per gli spostamenti urbani - il fatto che non stiamo bloccando il traffico, ma siamo traffico ed abbiamo uguali diritti sulla strada - dare la sveglia alle amministrazioni perchè mettano in campo delle soluzioni che salvaguardino e facilitino l'utilizzo della bicicletta a scapito di automobili ed altri mezzi rumorosi, puzzolenti e inquinanti
A Roma a fine maggio non bloccheremo il traffico, NOI SIAMO IL TRAFFICO!
Per maggiori info: www.tmcrew.org/cm
Bisogna guardare ciò che fa.
Dicevamo poco fa che in fondo all'obbligazione morale c'è l'esigenza sociale. Di quale società si tratterebbe? Intendiamo parlare di una società aperta che abbraccerebbe l'umanità intera? In tal modo non risolviamo la questione, non più di quanto lo si fa d'ordinario quando si parla del dovere dell'uomo verso i suoi simili. Si resta prudentemente nel vago; ci si astiene dall'affermare, ma si vorrebbe lasciar credere che la "società umana" è fin d'ora realizzata. Ed è bene lasciarlo credere, perchè noi abbiamo incontestabilmente dei doveri verso l'uomo in quanto uomo (benchè essi abbiano tutt'altra origine, come si vedrà un pò più avanti), e rischieremmo di indebolirli distinguendoli radicalmente dai doveri verso l'uomo appartenente alla nostra società. L'azione vi ha il suo tornaconto. Ma una filosofia morale che non accentua questa distinzione passa solamente accanto alla verità, e le sue analisi ne saranno necessariamente falsate. Infatti, quando poniamo che il dovere di rispettare la vita e la proprietà altrui è un'esigenza fondamentale della vita sociale, di quale società parliamo? Per rispondere basta considerare ciò che succede in tempo di guerra. L'omicidio e il saccheggio, come anche la perfidia, la frode e la menzogna non divengono solo leciti, sono meritori. I belligeranti diranno come le streghe di Macbeth:
Fair is foul and foul is fair.
La trasformazione sarebbe possibile e si opererebbe così facile, generale e istantanea, se ci fosse veramente quella certa attitudine dell'uomo di fronte all'uomo che la società ci aveva fino ad allora raccomandata? Oh, so bene ciò che la società dice (ha ripeto, le sue ragioni di dirlo); ma per sapere ciò che essa pensa e vuole non bisogna troppo ascoltare ciò che dice, bisogna guardare ciò che fa.
Le due fonti della morale e della religione, Henri Bergson
venerdì, 21 maggio 2004
Tu mettila così: è venerdì e tra poco vado a casa, arriva l'estate, domani vado al lago di Matignano, domenica proverò il trenino traporta biciclette ostiense-ostia biciletta Capocotta, e allora:
Anthony B - Time for the love Jack Radics/Elijah Prophet - Dance with my baby/ Jah Mason - Too much youth dying Luciano - Love & Devotion Sizzla - Can't keep us down Tanya Stephens - Power of a girl Turbulence - Ethiopia Awakes
Original Shanty Town riddim, Desmod Dekker.

giovedì, 20 maggio 2004
Prendendo spunto dall'odierno articolo di Eco su Repubblica ("La retorica del lupo davanti all'agnello) ribalterei l'argomento: possibile che oltre ad un interventismo con fini pseudonobili o pseudoinconfessabili non si riesca ad andare? Se il 15 febbraio 2003 si fosse dato ascolto ai due milioni di cittadini scesi in piazza a Roma e ai milioni di cittadini scesi in piazza nel mondo non ci si troverebbe in questo scacco drammatico. Ebbene si "gliel'avevamo detto". E ora ce ne dobbiamo vergognare? Non era un antiamericanismo ottuso, Pol Pot e la Cambogia non c'entravano nulla. Era semplicemente realismo (sembra un ossimoro un movimento pacifista realista e un interventismo in nome dell’idea della democrazia) misto a spirito critico. Io inizio a credere che ha ragione chi nella storia vede innanzi tutto l'opera dell'uomo, e soprattutto vede quest'opera dell'uomo ispirata da contingenti bisogni economici (forse chi scrisse la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso aveva già capito tutto). Dai più semplici come il mangiare ai più sofisticati come farsi una videochiamata. Poi intorno a questi si possono intrecciare tutte le idee che l'umana mente è capace di partorire: religione, progresso, superuomini, filosofie etc...
L'ombra lunga del colonialismo si allunga ancora oggi minacciosa sul medio oriente, sull'Africa, sul Sud America etc... Io ho la sensazione che per quanto interessato o disinteressato sia il nostro intervenire (non solo militarmente ma soprattutto economicamente), questo provochi soltanto inceppamenti nei processi di progresso economico e dunque sociale di quelle popolazioni. A meno che causa scarsità dello spazio e delle risorse sia proprio questo lo scopo (e io ne sono convinto) che sta gerarchicamente in cima alle cause dei conflitti dei nostri tempi.
Dallo sfaldarsi dell'impero turco nell'area medioorientale è storia di ingerenze dell'occidente (Francia, Inghilterra, USA), è storia di un dittatore comodo messo lì che diventa scomodo e che viene sostituito da un altro dittatore comodo e così via a spirale. D'altronde la democrazia in superficie è "regole" ma soprattutto "sentimento", ed in profondità è organizzazione della produzione (vedi profezie di Huxley). Non è che da noi sia costata pochi morti, non è che da noi non ci siano stati Saddam Hussein: Hitler gasava gli ebrei, Mussolini sperimentava le armi chimiche sui negretti. Per Rosmini: "compete al marito, secondo la convenienza della natura, essere capo e signore; compete alla moglie, e sta bene, essere quasi un’accessione, un compimento del marito, tutta consacrata a lui e dal suo nome dominata". Il voto alle donne arrivò il 1 febbraio 1945, su proposta di Togliatti e De Gaspari e troppi diritti dovevano ancora arrivare.
Insomma tirando le fila di questo sconclusionato discorso io sono dell’idea che dovremmo lasciarli perdere, sono dell’idea che gl'iraqueni si gestiscano le loro grane.
Sono dell’idea che le controversie internazionali non si risolvano con la guerra e con gli eserciti. Che la guerra è giusta solo quando si è attaccati. E non mi si dica che l’11 settembre l’hanno fatto loro. Perché loro non vuol dire nulla. Si rada al suolo l’Arabia Saudita piuttosto che stringere le mani e gli affari con gli sceicchi. Smettano i signorotti del bergamasco di produrre mine antiuomo da vendere ai dittatori o ai terroristi o ai miliziani.
Sono sicuro che con fatica l’Iran, l’Iraq, la Giordania, la Siria, il Marocco, la Libia, la Palestina, l’Arabia Saudita, lo Yemen, l’Algeria, la Tunisia, l’Egitto, il Libano tra 100 anni, se il mondo non sarà finito prima, troveranno la pace e la democrazia.
mercoledì, 19 maggio 2004
Eccomunque io più ascolto i politici del centro sinistra parlare di Iraq e più non riesco a capire cosa vogliono. In realtà capisco solo Bertinotti e forse dovrei cominciare a preoccuparmi e inoltre capisco bene tutti i cantanti jamaicani che passano per Roma e nel mentre del concerto parlano in patwa (dialetto jamaicano) della situazione irachena e di Bush e di Blair e di Berlusconi. E dovrei preoccuparmi forse ancor di più per questo. Però mi accorgo che anche i ragazzi che mi stanno accanto i politici del centro sinistra non li capiscono proprio e me sono accorto proprio bene quando al concerto di Junior Kelly di due venerdì fa, dopo un bellissimo discorso sul mondo che vogliamo e su quello che ci stanno vendendo il singer dj ha attaccato con questo pezzo. Clikka qui. E il villaggio stracolmo è venuto giù ed è tornato su per varie volte!

Blaze Blaze Blaze pon Babylon!
Non era per gioco che 2 milioni di persone a Roma e centinaia di milioni nel mondo erano scese in piazza per manifestare contro la g uerra in Iraq.
Non era un caso che tanta gente aveva appeso al proprio balcone la bandiere della pace. 
Non era un antiamericanismo stupido e ottuso, Pol Pot e la Cambogia non c'entravano un cazzo.
Era semplicemente REALISMO. Era semplicemente un uso critico minimo della ragione davanti tutte le minchiate che ci sono state raccontate step by step.
E non serve l'intervista di una povera vedova abbandonata da tutto e tutti per farci gridare allo scandalo, come ha fatto l'impocrita centro sinistra, circa il fatto che il governo sapeva delle torture.
Tutti sapevano delle torture ancora prima che si verificassero. Tutti tranne le persone rintronate da quella droga pericolosa che è la televisione.
In questa gara di idiozia generale mi chiedo se sia più deficiente chi pensava che in iraq si fosse andati per:
1) trovare e distruggere le armi di massa 2) deporre il feroce Saddam 3) esportare la democrazia 4) combattere il terrorismo
P.S.: per chi volesse approfondire il contenuto profondo di questo post si consiglia la lettura di questo articolo.
venerdì, 14 maggio 2004
EVENTI MUSICALI
E questo nella foto accanto felice in mezzo alle piante è Johnny Clarke. Di cotal personaggio avremo la fortuna di gustarci questa sera il concerto. Per i dettagli logistici in basso il flyer della serata.
Per arrivare però preparati al concerto bisogna un attimo ripercorrere la carriera di questo sfortunato artista. Clarke nasce a Whitfield Town, Jamaica, nel gennaio del 1955. Durante il 1971, in uno dei frequanti contest per giovani talenti che si svolgono nell'isola caraibica, ormai definitivamente contagiata dai ritmi in levare, Johnny incontra il produttore Clancy Eccles che rimane impressionato dalle dote vocali del ragazzo sedicenne. Il singolo che scaturirà da questo incontro, "God Made the Sea and the Sun", non riceverà nessun successo. Clarke imputa il flop a Clancy e decide di abbandonarlo per andare, dopo qualche singolo inciso qua e là, a legare il suo nome a quello del leggendario produttore Bunny Lee. Il sodalizio è inaugurato da un hit che rimane scolpita nella storia della musica jamaicana: "None Shall Escape the Judgement". Comunque in questo periodo Clarke si divide tra il roots, qualche escursione nel genere "lovers" e una discreta produzione di cover, tra cui molti pezzi di John Holt e Delroy Wilson.
Per i due anni successivi, il giovane cantante inonda la Jamaica con singoli quali "Move Out of Babylon Rastaman," "Rock With Me Baby", "Enter Into His Gates With Praise", "Too Much War", "Joyful Festival". Ma più di tutti spacca la cover "No Woman No Cry," un successo internazionale che vende 40.000 copie solo in Jamaica e che vedremo dopo costerà caro a Clarke. I primi due album dell'artista, None Shall Escape the Judgement e Moving Out dell'anno successivo datano 1974 e 1975, e sono collezioni dei singoli fin là prodotti con l'aggiunta di alcune cover. Clarke vincerà a sorpresa il premio per l'artista dell'anno nel 1975 e nel 1976.
Dal 1976, firmerà per la Virgin. Il primo frutto del connubio sarà l'album Authorized Version, prodotto nuovamente da Bunny Lee e all'interno del quale si trova la meravigliosa "Roots Natty Roots Natty Congo". E' un album ben fatto ma sarà seguito dal capolavoro Rockers Time Now. La produzione è da sogno, e il disco è inciso con la mitica band di Bunny Lee: "the Aggravators". Con King Tubby che remixa in funzione dub tutti i pezzi dell'album, questo rimane uno dei dischi cruciali dell'era del roots. Di nuovo un miscuglio di cover originalissime: nell'album Rockers ci sono versioni raffinate di gemme come quelle degli Abyssinians: "Satta Massa Gana" e "Declaration of rights" sono due capolavori pur essendo cover. La compagnia Virgin non capirà di aver ricevuto un album storico e adducendo un andamento delle vendite non consono alle aspettative romperà il sodalizio con Clarke.
Imperterrito, Clarke rilascerà il suo terzo album in un anno, Don't Stay Out Late, distrubuito in Inghilterra dall'etichetta Paradise. Il 1977 ci porta due nuovi album, Up Park Camp e Girl I Love You. Sebbene siano due buoni album non raggiungono le vette di Rockers.
Dopo anni in cui si collezionano album e rivisitazionei di vecchi successi unitamente a scorribande nel nuovo genere del dancehall di cui Clarke può considerarsi insieme Dillinger uno dei pionieri, verso la fine degli '80 si lega al produttore Douglos. Il 1980 porterà l'embrionale Down in Babylon, con la traccia che dà il titolo all'album che sarà un discreto successo. Il cantante ritornerà poi con Bunny Lee per l'album I Man Come Again, e se gli ultimi album non avevano l'intesità dei migliori, questo rappresenterà un punto di svolta.
Sebbene le hit del cantante si susseguano, le vendite calano costantemente, probabilmente anche per la ritrosia dell'artista a promuoversi presso le radio, fondamentali per il successo in Jamaica. Ancor più strano è l'indifferenza che anno dopo anno il Reggae Sunsplash, la famosa rassegna dell'isola, regala a Clarke. Il cantante vedrà una cospirazione degli eredi di Marley dietro tutto questo. Il punto di scontro fu la cover "No Woman No Cry" rilasciata nel 1976, una canzone che nemmeno l'entourage di Marley non rilascerà mai come singolo, volendo spingere le vendite del disco in cui è stata inclusa. Certo la famiglia Marley ha subito in Jamaica varie accuse tra le quali quella molto grave di aver commissionato l'assassinio di Peter Tosh e comunque è strano che un artista come Clarke (5 premi come miglior artista dell'anno in jamaica) non sia mai stato invitato al Reggae Sunsplash e non sia mai stato trasmesso pesantemente in Jamaica alle radio. Disgustato e fermamente convinto del boicottaggio, Clarke lascia la Jamaica e nel 1983 se ne va a Londra. Là conosce il produttore remizataore Mad Professor (a Roma poche settimane fa in una serata spettacolare) e registra Yard Style, che include pezzi fondamentali come "Mount Zion" and "Nuclear Weapon."
Nel resto degli anni '80 Clarke continua a sfornare singoli molto belli e a collaborare con artisti del calibro di King Tubby e in generale con i dominatori della dancehall di quegl'anni, per i quali registra continuamente. Nei '90 sperimenta in Inghilterra anche altri generi musicali come l'elettronica tuttavia diminuendo sempre più la sua produzione fino quando nel 1995 ricevere l'invito per il Reggae Sunsplash. Lui accetta e tira fuori ad ormai 40 anni una super performance.
Oggi Johnny continua a registrare e girare il mondo in tour, spero solo che stasera la band, tallone d'achille di molti concerti reggae in Europa, sia all'altezza. Io probabilmente incontrerò l'alessandrina che è amica di XXXXXX che selezionerà i dischi prima e dopo il concerto, ma pazienza: mi faranno da scudo, se il Dio della pupa vorrà, due ragazze conosciute sabato scorso al concerto dei Sud giovani bellissime e simpatiche. E se per caso invece il Dio della pupa mi punirà, pazienza, vorrà dire che quando Johnny attaccherà con la cover di Red Gold and Green di Burning Spear io canterò a squarciagola:
Meet me at the bank of the beautiful river Meet me at the bank of the beautiful river And your journey has end... Right over there... Right over there...
Ites, green and gold, it's the rainbow Ites, green and gold, it's the rainbow
The rainbow...
Oh, the rainbow...
Buon divertimento.
PROSA DI VACANZE

".. e nell'entrare lentamente nella piccola spiaggia sempre deserta io utilizzavo un procedimento magico per trovarmi più vicino possibile alla possibile monade che sono. Alcuni modi e aspetti della mia vita quotidiana (rappresentati nel mio essere costante da desideri, idiosincrasie, preoccupazioni) si allontanano da me come i fuggiaschi sfuggono la ronda, si mimetizzano nelle ombre fino a che non si capiva cos'erano; e io raggiungevo uno stato di distanza intima nella quale diventa difficile per me ricordarmi di ieri o riconoscere come mio l'essere che è vivo in me ogni giorno. Le mie emozioni di sempre, le mie abitudini regolarmente irregolari, i miei dialoghi con gli altri, i miei adattamenti al consorzio umano: tutto ciò mi sembrava una cosa letta chissà dove, pagine inerti di una biografia stampata..."
(da "Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares" - F. Pessoa).
Sono riuscito a trovare nella Rete, disegnato da un qualche viaggiator pittore di cui la spiaggia abbondava, l'albero esatto sotto il quale lessi per la prima volta il passo di Pessoa sopra riportato. Provate ad immaginare questa baia, dal mare caraibico, estesa circa un kilometro e racchiusa a sinistra da un promontorio e a destra da scogli. A trenta metri dal bagnoasciuga di sabbia bianca finissima frutto dello sbriciolamento di conchigliette fragili fragili, una duna di sabbia costeggia tutta la spiaggia rialzata di 3 metri rispetto al livello del mare , tutta coperta di alberi con rami strani e ritorti (si dice esistano solo nelle adiacenze di questo deserto) come quello disegnato o di cespugli che sembrano fatti apposta per accogliere l'uomo. Ogni tanto la macchia si interrome e si creano così delle terrazze a mare. Quella che si vede nel disegno era la nostra terrazza, quella dove la sera, intorno alle 9, ci sdraiavamo per vedere il cielo accendersi di stelle. Gli accampamenti erano alla sinistra dell'albero e della terrazza, erano dentro un cespuglione fitto fitto, quasi fosse un trullo di vegetazione, che rendeva la vista della tenda impossibile dalla spiaggia. E proprio sullo strapiombo del cespuglione era stata montata l'ambita amaca dalla quale potevi, filtrando con la vista tra i rami, controllare il mare e la spiaggia sottostante come in un libro di pirati di Salgari.
Dato che il posto giace alle pendici di un deserto e il campeggio più vicino dista 15 minuti a piedi, una delle cose più belle era avvistare improvvisamente un amico arrivare da una qualche parte (per giungere o prendi un battello e cammini un'ora sulla spiaggia giungendo dal lato destro, oppure venendo in macchina dal paese percorri in mezzo al deserto una strada di 12 km che definire accidentata è un eufemismo, infatti si impiega mediamente con la macchina 1 ora e mezzo e matematicamente ci si lasciano coppe dell'olio e altri pezzi assortiti). Improvvisamente perchè lì i telefoni non esistono, fatta eccezione per uno tutto sgarrupato del campeggio che funzionava una volta su 10. E così quando meno te lo aspettavi, magari mentre bradipavi nell'acqua caraibica completamente avulso dal tempo, vedevi un amico/a somarello/a bianco/a che appesantito/a arrivava dal lato destro della spiaggia un pò spaesato.
Se qualcuno arriverà su questo blog voglio immaginarlo un pò come allora vedevo arrivare un amico/a.
Per complettezza di cronaca aggiungo che quello è anche l'albero esatto sotto la cui penombra conobbi la ragazza dell'alessandrino che tormenta il mio cuore ancora oggi.
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